Cronaca della spedizione natalizia alla grotta di Monte Cucco 27-29 dicembre 1969

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Natale è regali! Tutti ricevono almeno un regalino, quasi un’offerta votiva al dio della civiltà dei consumi. E anche agli speleologi del CAI di Perugia è arrivato puntualmente un sorprendente dono sotto forma di una stupenda interessantissima nuova diramazione della Grotta di Monte Cucco. Per noi è un dono anche se le spese maggiori per ottenerlo le abbiamo sostenute di tasca nostra, ma senza ripensamenti con slancio e ingenuità. Ora che siamo sicuri dell’appoggio e della stima di tutti nessun sacrificio e troppo grande per non deludere.

La fantasia più sbrigliata non sarebbe mai riuscita ad immaginare un « micro cosmo » ipogeo tanto complesso e profondo, proprio nell’interno di Monte Cucco, di una montagna cosi familiare ai perugini. Chi non s’è disteso almeno una volta nei teneri prati del Ranco a perdersi nel cielo azzurro e tra il verde dei secolari faggi? Chi di noi non ha avuto un attimo di serena fanciullezza al gorgoglio sommesso dell’Acqua Fredda? Chi non ha riconosciuto il profilo austero e dolce della grande piramide calcarea, dei suoi strapiombi vertiginosi e dei pascoli che inavvertitamente degradano versa valle?

Gli speleologi perugini, benché un po’ disincantati dalle ultime eccezionali scoperte, di fantasia ne hanno ancora molta (se non fosse così come potrebbero del resto far quadrare il bilancio finanziario?, ma nonostante ciò si ha un certo timore a precisare le nostre ipotesi sugli sviluppi delle future esplorazioni, e questo proprio perché quel gran burlone di Monte Cucco ci ha sempre smentito andando molto, molto oltre ogni aspettativa. Dopo due anni di frenetiche esplorazioni, ora una nuova diramazione supera tutti i precedenti risultati e prospetta un campo vastissimo di indagine anche e soprattutto per lo studio del sistema idrografico sotterraneo che alimenta ‘la Sorgente di Scirca (la «più importante fra quelle che forniscono l’acqua alla città di Perugia).

cronaca-spedizione-natalizia-alla-grotta-di-Monte-Cucco-27-29-dicembre-1969-1Da questa galleria, che inizia a circa 220 m di profondità rispetto alla quota dell’imbocco, . si potrà forse discendere per condotte, saloni e pozzi senza incontrare sifoni e ostruzioni fangose, fintanto che non venga raggiunto il livello freatico di base dove verosimilmente scorre il grande fiume sotterraneo di Scirca. Se ciò accadrà allora è quasi certo che la portata della Sorgente verrà regolamentata e d’estate non soffriremo più delle paurose magre che rendono inutilizzate al 50 per cento le tubazioni dello acquedotto.

Questa relazione, oltre a precisare la situazione attuale delle ricerche esplorative e idrogeologiche che’ il G.S. CAI‘ * Perugia va svolgendo nel massiccio calcareo di Monte Cucco, vuol essere anche un contributo a smentire o modificare certe convinzioni di chi speleologo non è. I pregiudizi più appariscenti si hanno sul tipo di lavoro che i ricercatori Sotterranei svolgono spesso per diversi giorni di seguito; ma pregiudizi si hanno anche sulle condizioni ambientali in cui lo speleologo è « costretto » a lavorare. Si tende generalmente a far coincidere lo speleologo con una larva di uomo bagnato fradicio e coperto di fango che, con gli occhi spenti di ogni riflesso per le privazioni e colpi dell’ambiente disumano, striscia ventre a terra in umidi cunicoli, nella morsa opprimente della roccia gelata. Sacrifici incredibili, bivacchi di ghiaccio e insonni sotto un violento stillicidio, tanti e tanti altri aspetti negativi sono (è convinzione comune) il pane quotidiano dello speleologo.

Ebbene nel caso dei perugini non c’è nulla di più inesatto di tutto questo, anche se non voglio poi affermare che le esplorazioni sotterranee sono uno sport per signorine. E del resto come potrebbe essere altrimenti per un gruppo che si propone la speleologia come ricerca scientifica; come si potrebbe portare avanti il complesso piano di osservazioni e misurazioni, che sono alla base di ogni studio sul carsismo, con operatori ridotti ai minimi termini e vogliosi solo di rivedere il sole? Come si potrebbe eseguire una discreta documentazione fotografica se non si riesce neppure a leggere il diaframma? Stanchezza, freddo, disadattamento sono spesso causa di gravi imprudenze e di conseguenti incidenti; ecco perciò un’altra buonissima ragione per eliminare o perlomeno sminuire notevolmente tutti quegli aspetti negativi che le esplorazioni e le ricerche ipogee presentano.

Non sono da prendere in eccessiva considerazione quei << grottisti che presentano a suon di grancassa le loro « gesta >> in una luce tragica. Tutt’al più la loro impresa potrà avere un valore sportivo, ma raramente contribuirà alla conoscenza, sia pur solo geografica, del fenomeno carsico. Saranno stati magari così intenti a tenere a mente i pericoli e gli ostacoli incontrati che non avranno avuto certo modo di notare, di trascrivere nient’altro. Serenità, prudenza, preparazione psico-fisica, uso avveduto di innovazioni tecniche, indumenti asciutti di ricambio, viveri abbondanti e appetitosi, riposo comodo e caldo, ecco i segreti per avere molte probabilità di concludere con successo una spedizione speleologica.

La validità di tutto ciò è stata ancora una volta confermata dall’esperienza e proprio durante le passate feste natalizie, quando due spedizioni hanno operato nella stessa Grotta di Monte Cucco, ma in settori diversi con scopi e tecniche diverse.

cronaca-spedizione-natalizia-alla-grotta-di-Monte-Cucco-27-29-dicembre-1969-2La prima spedizione, quella degli speleologi perugini, come ho precedentemente accennato, aveva come scopo l’esplorazione della Galleria dei Barbari, Scoperta e percorsa parzialmente durante la spedizione estiva. La componevano quattro speleologi che avevano partecipato a diverse spedizioni in alcune delle maggiori grotte italiane.

Avevano anche fatto parte della squadra perugina che nel maggio scorso raggiunse per la prima volta il fondo della. Grotta di Monte Cucco a 807 m di profondità (nel mondo solo 5 cavità naturali sono più profonde di questa) e scoperto un fiume sotterraneo in un’altra diramazione, a quota -784 m.

Appunto lungo quest’ultima via tentava di ripetere la discesa la seconda spedizione guidata dal romano Giorgio Pasquini e a cui partecipavano speleologi romani, torinesi, triestini, bolognesi, fiorentini, lucchesi, ternani per un complesso di ben 26 uomini, tutti operanti in grotta contemporaneamente.

27 dicembre
Alle 8,30 ci ritroviamo in quattro nella sede del CAI in Piazza Piccinino.
Piove e fa molto freddo. Oltre a me c’è Stefano Arzilli, Franco Giampaoli e Enrico Rosati. Giunti a Sigillo, base di partenza per ogni escursione nelle Grotte di Monte Cucco, ci rendiamo conto dell’inconsueto spessore del manto nevoso che ricopre uniformemente la montagna, E’ chiaro che con le auto non potremo salire molto e tutto il resto della strada… sacchi in spalla e un piede davanti all’altro, alternativamente. Perciò ‘mettiamo nei sacchi tubolari da grotta solo il materiale da bivacco, i viveri, un centinaio di metri di scale e altrettanto di corde. A mezzogiorno e mezza, abbandonate le auto di fronte a una spessa lingua di neve che sbarra tutta la strada, con sei sacchi di materiale ( in totale più di un quintale di roba) ci incamminiamo verso la vetta (1556’m. sm.) dove poco più sotto, nel versante orientale, si apre a pozzo la grotta. A turno portiamo i due ‘ sacchi in eccesso.

Il vento solleva minuscoli cristalli di ghiaccio che ci pungono il viso e costringono gli occhi a un duro lavoro. La temperatura è sui 5 gradi sotto zero. Alla sella di Pian di Monte, se non fossimo zavorrati dai sacchi, il vento
ci solleverebbe tant’è la violenza con cui si avventa nelle pianure umbre. Seguiamo la traccia a fatica sempre più inerpicandoci con il vento in faccia. Dove il vento cala la neve si accumula e affondiamo fino alla cintola, L’interno della grotta con il suo ambiente sempre uguale, prevedibile, ci sembra un miraggio e ci sforziamo a pensare che in fondo di strada non ne resta che poche centinaia di metri.

Ma una grossa spiacevole sorpresa ci attende: a circa 100 metri dall’imbocco, quando il sentiero taglia orizzontalmente il dirupato versante orientale, i nostri stivali non riescono più a mordere la neve ghiacciata che ricopre le rocce e gli scivoli vertiginosi. Sgalinando con una mazzetta, tenendoci assicurati con un cordino, procediamo cautamente sforzandoci a non guardare i grandi strapiombi che si aprono sotto i nostri piedi. Per superare quegli ultimi 100 m impieghiamo 2 ore!

Dell’imbocco non è rimasto che un piccolo foro nella neve; scendiamo veloci sui gradini di ferro coperti di uno strato di ghiaccio, scrollandoci la neve di dosso. Al fondo della scala ci prepariamo un tè bollente mentre cerco di liberarmi la barba dai ghiaccioli. Stefano, al solito, si riprende da un principio di congelamento alle mani.

L’ambiente abituale, la calda luce delle lampade frontali a carburo ci fanno sentire tranquilli e «proseguiamo spediti, sacchi in spalla, lungo suggestivi saloni iniziali. Le poderose arcate, appena disegnate dal chiarore delle lampade, ci proteggono.

Lasciamo la ciclopica Sala Margherita per salire al Nicchione degli Stemmi e quindi al Laghetto. Sospesi nell’acqua cristallina scivoliamo lungo la suggestiva galleria allagata per sbucare nell’umido Pozzo Terni. Traversiamo in parete e finalmente si mette piede nella Galleria dei Laghetti.

Visto il tempo impiegato per salire fin qui (quasi 7 ore), considerato che fuori, al nostro ritorno, la situazione molto difficilmente migliorerà, decidiamo di porre il campo in una galleria laterale anziché sotto il Baratto a 220 m di profondità.

cronaca-spedizione-natalizia-alla-grotta-di-Monte-Cucco-27-29-dicembre-1969-3Alle otto di sera, dopo aver portato tre sacchi di materiale all’inizio dei pozzi, sistemiamo il campo: mentre Stefano e Enrico preparano la cena mettendo a pieno regime i fornelli a gas, insieme a Franco tendo opportunamente le amache fra una selva di belle stalagmiti.

In pochi minuti il gioco è fatto e ci ritroviamo tutti a mangiare minestra di verdure e bistecche alla Bismark, formaggio e salmone affumicato, dolci e frutta il tutto annaffiato da birra in lattine.

Qualcuno a questo punto si domanderà come sia possibile trasportare delle uova in grotta. Ma il mistero è presto svelato: prima di entrare si riempie una borraccia di alluminio con uova rotte, aiutandosi con un imbuto. Con questo sistema se si vuol fare la frittata non ‘e neanche necessario sbattere!

Non avendo più addosso che indumenti asciutti, l’ambiente sotterraneo si, mostra ai nostri occhi in tutto il suo fascino e nelle viscere della « madre terra » ci sentiamo protetti e felici.

L’armonica di Stefano accompagna i nostri canti mentre sorseggiamo il the e fumiamo l’ultima sigaretta. Sistemo la borraccia dell’acqua a portata di mano, mi tolgo gli stivali e cerco di infilarmi con vari contorcimenti nel piumino. Uno accanto all’altro, per evitare troppe dispersioni di calore, fumiamo ancora una sigaretta e facciamo i piani per il giorno dopo. Si scherza un po’ sulla «spedizione nazionale» che ci ha preceduto il giorno avanti e che ora dovrebbe essere all’opera nel primo dei tre grandi pozzi della grotta, il Pozzo del Gitzmo profondo ben 173.

Una soffiata all’ultima candela accesa e… buona notte! E’ questo, di solito, un augurio che non vale per i malcapitati pipistrelli del circondario, costretti come sono a sentire il nostro poderoso russare.

28 dicembre
Ci si alza Kalle 9; prepariamo un’abbondantissima colazione, i viveri per la puntata esplorativa, il materiale fotografico, il psicrometro, la bussola e il, disimetro. Alle 10 e mezza siamo in marcia verso i pozzi; discendiamo il Birone (30 m), il Pozzo Perugia (25 m), i cinque salti del Baratto (rispettivamente 12 m, 20 m, 27 m, 9 m e 24 m). Qui mentre calo i sacchi con la teleferica, ancora una volta prova una sensazione di profondo reverenziale timore per queste immense oscure grotte: le luci dei compagni, in basso lontanissime, fendono appena il buio del Salone Saracco e danno una misura dello‘ strapiombo che, ci separa.

Poi mi attacco con il << discensore » alla corda e scivolo giù veloce bevendo gli spruzzi della vicina cascatella. Ancora un po’ di scivolo, tre saltini e raggiungo il Salone.

Due o tre lucine nel lato nord mi indicano il campo della << spedizione nazionale », ma noi andiamo dalla parte opposta infilandoci in una teoria di cunicoli fra grossi blocchi franati. Finalmente usciamo nella parte che più ci interessa, in quel po’ po’ di traforo autostradale che è la Galleria dei Barbari. Ora si può camminare spediti su un terreno non molto accidentato e argilloso; la pendenza è appena avvertibile e discendiamo in direzione SO. (la Scirca è davanti a noi!). Qualche crollo di strato rompe la monotonia della volta a botte, come pure le candide colate sulla parete bruna e fangosa.

Dopo un duecento metri la galleria si dirama in tutte le direzioni; sulla destra si spalancano alcuni piccoli pozzi. Tutte le diramazioni prima o poi chiudono intasate dal fango, e così pure i pozzetti, ad eccezione di uno, il primo e il più grande, il quale raccoglie tutta la acqua di un torrente che cade dall’alto di una fessura. Il fondo di questo salto di 12 m è piatto e senza detriti; direi che assomiglia molto al Pozzo della Gronda del Corchia. Dopo un breve tratto di roccia levigata il torrente si infila in una stretta altissima fessura non più larga di 50-60 cm. qui inizia l’esplorazione vera e propria.

Tralasciandoci dietro i sacchi, troppo grossi per un simile percorso, nel rumore assordante delle rapide, superiamo laghetti e cascate. La tecnica è quella alpinistica e ogni appiglio è buono per non scivolare a bagno; in alto la gola si perde nel buio. Più volte siamo sul punto di desistere tanto è stretto il passaggio, ma sempre troviamo, o più in alto o più in basso, il passaggio buono e si prosegue. Laghi, cascate e rapide si succedono fino all’ossessione, ma si va avanti sicuri che prima o poi il percorso si farà meno impervio. La morfologia (si ha tutto il tempo di osservarla) è interessante e chiari segni di meandrificazione caratterizzano il condotto, sicuramente uno dei più recenti fra quelli che costituiscono il reticolo idrografico ipogeo del ‘Monte Cucco.

Sembra un sogno, ma dopo circa 300 m, sulla sinistra, scopriamo una bella condotta circolare asciutta, probabilmente un’antica via percorsa dal torrente, che ci invita a seguirla abbandonando così l’accidentato e sinuoso meandro. Forse più a valle incontreremo di nuovo il torrente, ma per ora siamo stufi della sua rumorosa presenza.

Quasi correndo discendiamo il tubo calcareo; man mano che si allarga nuove condotte confluiscono in quella che stiamo discendendo.

cronaca-spedizione-natalizia-alla-grotta-di-Monte-Cucco-27-29-dicembre-1969-4Per circa mezzo chilometro e forse più la musica non cambia, poi improvvisamente sfociamo in un mare di gallerie, pauroso ed eccitante al tempo stesso; prudentemente segniamo la via del ritorno, con gli orecchi tesi nel tentativo di captare il rumore del torrente camminiamo un po’ in quà e un po’ in là, a caso, senza incontrare ostacoli per chilometri.

Il nostro disorientamento è totale e la vista di simili eccezionali prosecuzioni che si addentrano misteriosamente nelle viscere della montagna ci modera l’entusiasmo e avanziamo prudentemente guardando frequentemente indietro per fissare in testa la via del ritorno. Quanto spesso le antiche leggende, la mitologia ambientano le proprie favolose vicende negli oscuri meati della Terra. E’ fantasia, diciamo, è necessità poetica creare queste cavità oscure e popolate da dei, folletti e streghe!

L’immaginazione supera di gran lunga la realtà, ma siamo pronti a giustificare tali Ì arbitri perché in essi vediamo l’esigenza prepotente dell’uomo di concretizzare gli inestricabili meati della psiche umana. L’uomo sembra voler definire, disegnare l’inconscio che gli sfugge.

Ma ora che dire del vero, del reale Mondo Sotterraneo di Monte Cucco? Che dire di un simile groviglio di gallerie, di saloni e di voragini così simile ai tanti vagheggiati mondi leggendari? In esso si vive a mezzo fra la realtà e il sogno, in una atmosfera rarefatta stupefacente. L’esplorazione allora diviene un rito e solo l’abitudine, con il succedersi delle discese, porterà ad una decisa fase di ricerca scientifica.

Un rumore lontano di acqua che cade mi distoglie dalle mie riflessioni e insieme agli altri mi precipito in una galleria più grande delle altre e da cui proviene, almeno sembra, il caratteristico rumore. Solo l’arsura ci arresta per un attimo e beviamo avidamente in un ricamo di incredibili vaschette su cui sembrano galleggiare fiori di cristallo. Ma subito dopo proseguiamo attraverso ambienti la cui morfologia è tipica delle cavità, attualmente fossili, ma che in ere geologiche passate furono percorse e scavate da tumultuosi fiumi sotterranei.

Ancora un passaggio basso e si sbuca in un vasto, caotico ambiente che degrada a salti verso un’altissima forra scosciante d’acqua. Sembra che per scendere al suo fondo si debba superare un breve salto con esposte traversate in parete sopra laghi pensili e profonde incisioni. Alla nostra sinistra s’apre una grande finestra circo f lare che si affaccia in un buio senza dimensioni. L’oscurità fende la roccia smisuratamente, l’eco ripercuote le nostre contenute parole e da lontano un ritmico stillicidio risuona fino a noi. Siamo attratti dall’oscurità assoluta di quell’enorme caverna che ci insinua anche un vago senso di vuoto. Ma anche l’umile fame comincia a farsi sentire  prepotentemente con chiari brontolii che rimbalzano nel vuoto dello stomaco, ci sediamo allora cinque minuti per
mangiare qualcosa di energetico e per fumare una sigaretta; ma l’eccitazione non ci lascia.

Armiamo con scale il pozzo che dovrebbe por tare al fondo della forra. Ma ben presto Stefano, che scende per primo, si rende conto che proprio sotto di lui si apre, con la bocca enorme, un profondo pozzo schiumeggiante di acque. Con un pendolo e una traversata in parete evita il baratro e mette piede sul caos di blocchi che forma il pavimento della forra galleria.

Franco e Enrico lo seguono mentre io resto sopra l’ultimo laghetto pensile per assicurare con la corda la traversata. Dall’alto li vedo allontanarsi nell’alone giallognolo delle lampade, sotto il profila poderoso della volta, aggirando massi ciclopici e stalagmiti che si ergono come alberi pietrificati. Improvvisamente si arrestano e le loro fiammelle si muovono indecise ora quà ora là; coperto dal rumore della cascata indovino un parlottare. Vorrei essere con loro ma non posso abbandonare il mio posto; e così aspetto cercando di pensare ad altro e fumando nervosamente. Infine ritornano indietro per arrestarsi poi sul bordo del grande pozzo: sento un rotolio di sassi che si perde nella profondità .della voragine, poi dei sordi tonfi, lontanissimi.

Tre fischi! Risalgono finalmente! Tiro lentamente la corda e uno dopo l’altro mi raggiungono, raggianti. Mentre recuperiamo il materiale mi spiegano la situazione. La form-galleria prosegue inesplorata, ma un’ampia nuova voragine, profonda forse un’ottantina di metri, sbarra completamente la strada e solo con una ardita traversata in roccia si potrà proseguire. Nel pozzo del torrente, che sembra assai simile ad un grande imputo,’sarà impossibile calarsi con la normale attrezzatura impermeabile tant’è l’acqua che lo investe e che proviene da tre diversi torrenti.

A questo punto, visto che con il materiale disponibile non possiamo proseguire in quella direzione, decidiamo di dare un’occhiata al salone che si apre alla nostra sinistra. Ancorati venti metri di scale ad un piccolo ponte di roccia, discendiamo lungo una parete coperta di strane concrezioni a forma di piccole mele; atterriamo su un pavimento uniforme e consistente di argilla frammista a sassi calcarei. Avanziamo in ordine sparso verso il buio illuminando a mala pena le pareti ed il soffitto; nel centro ogni punto di riferimento scompare. Allora, ci avviciniamo a caso verso una parete e iniziamo a seguirla; ogni tanto l’ombra di una grande galleria fa la sua fugace apparizione nell’alto del salone. Quasi di colpo ci troviamo di fronte a un profondo e regolare solco che attraversa tutta la parte ovest della caverna: lo seguiamo attentamente indagando su ogni particolare. Sembra il letto di un fiume disseccato e molti ciottoli arrotondati, di quelli che frequentemente ricoprono l’alveo dei fiumi, sono accumulati nei punti dove probabilmente lo stillicidio ha eroso il fango.

Seguiamo la grande traccia a monte fino a uno modesta « condotta forzata » di 40 cm di diametro che aspira violentemente l’aria (Stefano e Franco la seguono strisciando per oltre 150 m senza raggiungerne la fine!). A valle il solco piega a NO. e poi si immette in una nuova condotta, intasata dopo una ventina di metri.
In certi punti l’intero alveo è coperto di piccoli calanchi di fango nerastro.

E così per la prima volta abbiamo incontrato la traccia millenaria dell’antico padrone delle viscere della montagna, del fiume spumeggiante che per intere ere geologiche fu il re incontrastato e violento delle gallerie e dei pozzi di Monte Cucco.

cronaca-spedizione-natalizia-alla-grotta-di-Monte-Cucco-27-29-dicembre-1969-5La nostra mente corre a quei tempi lontani e sentiamo l’immensa caverna rombare del suo furore; lo vediamo scorrere limpido e veloce verso gallerie inesplorate che ci aspettano, pazientemente immutabili, per esistere, per vivere della nostra passione, del nostro contatto.

Ma non si può aspettare oltre. L’ora di risalire è passata da un pezzo. Mentre Enrico e gli altri si dedicano alle foto, tiro fuori bussola, blocco notes e psicrometro e comincio a appuntare dati di temperatura, di umidità, le direzioni le inclinazioni delle gallerie principali.

Con questo sistema, fra parentisi, ho anche la scusa di riprendere fiato. Qualche complicazione ci procura la risalita del meandro, ma questo era scontato. Piuttosto credo che il suo torrente sia lo stesso che poi sbuca sopra il grande pozzo della form-galleria; ma questi saranno dati da accertare con precisione in seguito, magari mediante l’immissione di un colorante. Nella Galleria dei Barbari, nel tempo che gli altri sistemano i sacchi del materiale tiro un po’ le somme delle mie osservazioni.

La temperatura dell’acqua è 7,2°C e quella dell’aria 7,8°C; l’umidità relativa è molto prossima al 100 per cento; una forte corrente d’aria si muove verso il basso. La maggior parte delle gallerie discendono verso N.O. con una pendenza che si aggira fra i 20 e i 25°. Sembra perciò che seguano l’immersione degli strati puntando verso la risorgente di Scirca.

Dopo queste scoperte la Grotta di Monte Cucco, oltre ad essere una delle cavità più profonde, diviene anche una delle più complesse ed estese; infatti, in base a calcoli molto approssimativi, si può ritenere che superi abbondantemente gli otto chilometri di sviluppo planimetrico, e l’esplorazione è tutt’altro che terminata. E questo significa che la nostra bella, appassionante grotta è la più estesa d’Italia!

Alle 23 siamo di nuovo nel Salone Saracco, dove secondo il programma dovrebbe riposare la « spedizione nazionale » dopo le fatiche che il raggiungimento del fondo gli avrà certo imposto. La nostra curiosità è più forte della stanchezza e così decidiamo di andargli a far visita.

29 dicembre
Ci caliamo con il « discensore » nel Pozzo del Salone e andiamo verso il fondo della grande Caverna. Per primi incontriamo i triestini della « XXX Ottobre », poi i romani quindi i lucchesi, più avanti i bolognesi, i fiorentini e infine i torinesi. Chi sulle amache, chi sopra i materassini pneumatici tutti dormono pesantemente; ma alcuni al rumore dei nostri passi si svegliano e ci riconoscono. Senza tanti convenevoli veniamo al dunque chiedendogli come è andata la loro discesa. Veniamo così a sapere che la spedizione è praticamente fallita e che, nonostante lo spiegamento di forze, non erano riusciti a scendere oltre il fondo del Pozzo del Gitzmo (q. -393 m). Quando a loro volta ci chiedono notizie della nostra puntata esplorativa parliamo con un certo ritegno delle scoperte fatte e delle prospettive di ricerca; ci dispiace di vedere tanti nostri compagni, appartenenti ad alcuni dei gruppi più
noti e stimati d’Italia, cosi scoraggiati e delusi. e tanto più ci dispiace in quanto è smisurata la nostra soddisfazione. Forse la, loro spedizione era partita male: troppi uomini poco amalgamati e forse anche inesperti di grotte verticali come queste; il materiale inadeguata e insufficiente e la Scelta di un periodo poco favorevole hanno fatto il resto dando la botta finale ad ogni tentativo di proseguire oltre il Gitzmo.

Almeno trenta speleologi hanno impiegato quattro giornate di lavoro per far scendere a 400 m di profondità cinque uomini e nessun sacco di materiale; per contro sei speleologi, durante la spedizione perugina dell’aprile scorso ( 1969) nello Stesso tempo, hanno tutti raggiunto la base del Gitzmo, dove veniva piazzato un campo sotterraneo (vi furono trasportati 21 sacchi fra materiale da discesa, viveri e attrezzatura da bivacco, per un totale di circa quattro quintali di peso), e riuscivano poi a toccare per la prima volta il fondo a 807 m di profondità. Altrettanto dicasi per le operazioni di recupero delle nostre spedizioni esplorative, che furono portate a termine da squadre di soli cinque uomini, e si trattava appunto di tirar fuori diversi quintali di materiale. Da questo confronto si deve concludere, a mio parere, che una grotta come quella di Monte Cucco è opportuna affrontarla con un adeguato parco attrezzi e un ristretto numero di speleologi ben preparati ed esperti. Le mie affermazioni, spero che mi si creda, non sono dettate dal desiderio di polemizzare con gli amici della spedizione nazionale» e in particolar modo con il suo capo Giorgio Pasquini.

cronaca-spedizione-natalizia-alla-grotta-di-Monte-Cucco-27-29-dicembre-1969-6Esse sono il frutto di un’analisi approfondita e distaccati di questa e di nostre precedenti esperienze negative, quando brutalmente, alla resa dei conti in grotta, prendemmo coscienza dell’inadeguatezza e della presunzione del programma di discesa. Il successo pieno della nostra spedizione della Pasqua del ’69 è una diretta conseguenza dell’insuccesso di quella del settembre ’68!

Ma ora abbiamo approfittato anche troppo della pazienza degli assonnati amici ed è giunto il momento lasciarli dormire tranquilli e di risalire nella Galleria dei Laghetti dove ci attende l’accogliente campo. Con noi salgono anche triestini che hanno fretta di uscire. Alle 4 raggiungiamo i caldi sacchi a pelo e le riposanti amache; il tempo di cambiarci gli indumenti bagnati e poi ci mettiamo a cucinare gli spaghetti al ragù e la carne con le uova. Offriamo qualcosa di caldo ai nostri simpatici amici giuliani, si chiacchiera un po’, allegramente, poi ognuno infila la sua strada con la promessa di rivederci a Sigillo per stornare quattro canti insieme. Nel caldo del sacco sento i loro passi affievolirsi sempre più. Centro con uno stivale l’ultima candela rimasta accesa e, ancora una volta,… buona notte!

Alle II, dopo appena quattro ore di sonno, siamo di nuovo in piedi; non ci siamo rimessi completamente dalla fatica del giorno prima, ma è necessario fare il sentiero gelato in piena luce del giorno. Si disfa il campo, prepariamo una abbondantissima colazione e infine insacchiamo tutto il materiale. Alle una del pomeriggio siamo alla base della scala d’accesso, sul cumulo di neve che ne nasconde i primi metri. La fioca luce del sole che penetra dall’alto fa brillare una cortina di stalattiti di ghiaccio. L’apertura azzurra dell’imbocco, la cornice di neve splendente ci invitano all’ultima fatica. Gli ultimi tre metri bisogna scalinare nella neve ghiacciata ma poi sbuchiamo fuori, all’aperto, nel tepore assolato, sopra un mare di nubi. Solo le montagne più alte emergono nell’azzurro pulito del cielo.

Sul viscido sentiero il freddo pungente e la intima soddisfazione ci mettono le ali, dimentichi di ogni stanchezza. Poi la strada è facile e i sei chilometri che ci separano dalla mia fida «500 >> passano in un lampo.

Carichiamo tutto sul portabagagli, ingurgitiamo un bel sorso di grappa e giù di volata verso Sigillo che traspare nella bruma rossastra del tramonto; ci attendono gli amici, la cena fumante e una grande bevuta.

E così termina anche questa spedizione degli speleologi perugini. Ancora una volta la passione, l’esperienza e l’adeguata attrezzatura hanno avuto ‘ragione degli ostacoli che caratterizzano le esplorazioni sotterranee. Una nuova immensa prospettiva d’indagine si è aperta; le promesse della vigilia sono state ampiamente superate e alla prossima spedizione di Pasqua non dovrebbe sfuggire il raggiungimento del eOrso sotterraneo del torrente Scirca, e con ciò verrà probabilmente risolto il principale mistero idrologico della grande grotta umbra.

Perugia 7-1-1970

FRANCESCO SALVATORI
Gruppo Speleologico CAI – Perugia

  







5 Commenti su Cronaca della spedizione natalizia alla grotta di Monte Cucco 27-29 dicembre 1969

  1. Ma dove l’avete pescato. Comunque grazie.

    • Fabio Di Matteo // 3 aprile 2016 a 19:58 // Rispondi

      L’abbiamo trovato cercando in rete e nei mercatini di libri antichi. Le saremmo grati qualora volesse fornirci altri resoconti da aggiungere alla storia dell’esplorazione della caverna del Monte Cucco.
      Grazie a Lei per il resoconto.

  2. Franco Giampaoli // 6 aprile 2016 a 20:25 // Rispondi

    Una vera sorpresa ! non l’avevo mai letto. solo un appunto : “ci ritroviamo tutti a mangiare minestra di verdure e bistecche alla Bismark, formaggio e salmone affumicato, dolci e frutta il tutto annaffiato da birra in lattine.” boh…ma io dov’ero ? non ve se poteva lascià soli un momento !!!!

  3. Buonasera, vorrei contattarvi per chiedere alcune informazioni relativamente ad alcune grotte della zona di San Felice. A quale indirizzo posso rivolgermi? Grazie

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