Documento sullo stato delle esplorazioni della grotta del Monte Cucco nel 1969

Appunti in margine alle recenti esplorazioni nella grotta di Monte Cucco (17 U/PG)

stato-esplorazione-grotte-monte-cucco-1969Quando la paziente ricerca e la fortuna ci concessero di scoprire una grotta profonda, quindi interessante e difficile da esplorare, come quella di Monte Cucco, abbiamo seguito uno schema di operazioni, in cavità e all’esterno, in gran parte ampiamente collaudato.

In un primo. tempo sono state effettuate delle uscite di un giorno, al massimo di un giorno e mezzo, durante le quali vennero tentate delle puntate verso il basso, con una permanenza in grotta che non superava di solito le 15-16 ore, allo scopo di acquisire il maggior numero di informazioni sui livelli superiori della cavità; rapidamente venne steso un rilievo speditivo delle parti esplorate. In questa fase non è stata tralasciata l’esplorazione delle gallerie secondarie in quanto avrebbero potuto portare alla scoperta di vie più facilmente percorribili.

lg così di seguito, di domenica in domenica, fintanto che il tempo necessario a discendere la parte esplorata e armata non aumentò a tal punto che il tempo utile rimanente per l’esplorazione vera e propria fu così ridotto da non giustificare più la fatica … dell’avvicinamento alle zone non ancora conosciute. Per avanzare oltre si rese quindi necessaria una permanenza in grotta di più giorni ed un « campo interno», il più avanzato possibile, dove gli esploratori trovarono il necessario per mangiare, dormire e sostituire gli indumenti bagnati e lacerati senza dover uscire all’esterno, (°). Si fece in modo di non superare i 3-4 giorni di permanenza sotterranea, dato che in precedenti occasioni costatammo che oltre questo limite il nostro rendimento scade a valori cosi bassi per cui il
lavoro prodotto è ben poca cosa in confronto alla fatica fisica e psichica necessaria per superare le avversità ambientali, tanto maggiori quanto più la grotta è bagnata e fredda. Inoltre con l’accumularsi dei giorni di « campo interno diminuisce la nostra efficienza ed aumenta la probabilità di commettere errori nella raccolta di
dati e il rischio durante le manovre di discesa e di risalita.

Prima di passare alla fase di campo interno fu però necessario effettuare ancora altre uscite per attrezzare la grotta nel miglior modo possibile, per trasportare il materiale del campo e per approfondire, con l’osservazione diretta all’esterno, le notizie sulla natura dei terreni del rilievo calcareo di Monte Cucco, sulla sua tettonica e sulle sorgenti circostanti, nonché sull’eventuale esistenza di altre cavità che potessero essere in relazione con il sistema sotterraneo principale.

Vedi gli articoli di Franco Giampaoli sulle Operazioni Scirea 2 e Scirea 3 pubblicati , su « L’Appennino» n. 5 1968 e n. 1 1969.

stato-esplorazione-grotte-monte-cucco-1969-1Quest’ultime uscite « superficiali» si sono rivelate, come quasi sempre accade, molto utili in quanto ci dettero numerosi indizi per una ipotetica ricostruzione a tavolino della parte di grotta ancora sconosciuta, e quindi sulla quantità e il tipo di materiale adatto alla continuazione dell’esplorazione. Altro dato importantissimo, che cercammo di acquisire sin dalle prime esplorazioni, fu la variazione del regime idrico all’interno della grotta in relazione alle precipitazioni esterne per stabilire l’opportunità o meno di collegare telefonicamente la squadra di appoggio esterno con gli uomini che avrebbero dovuto operare ai livelli più bassi della cavità.

Dopo di ciò“ finalmente si poté passare al campo interno », che fu la fase cruciale sia dell’Operazione Scirca 2 che della Scirca 3 Nonostante i risultati, in entrambe le occasioni si sono verificati dei grossi errori di programmazione, per fortuna in gran parte annullati nei loro effetti negativi con risoluzioni estemporanee. Purtroppo con l’aumentare della profondità e delle difficoltà di percorso sarà sempre più difficile minimizzare, le conseguenze di errate decisioni «a tavolino », e per tale ragione i programmi per la futura spedizione di Pasqua
Scirca 4) in particolar modo quelli inerenti la fase del « campo interno >> devono essere portati a conoscenza di tutti coloro che intendono parteciparvi: un minuzioso esame e un’aperta critica sono gli strumenti più efficaci per progredire verso un piano di operazione definitivo. Appunto a tale scopo mi sono proposto di dare
come schema, nero su bianco, queste note che sono altresì un documento di quali problemi impone l’esplorazione di una grotta di un certo impegno.

Innanzi tutto sarà necessario scegliere la squadra di punta – la più affiatata ed efficiente, non più di quattro o cinque uomini possibilmente per evitare un eccessivo aumento, fra l’altro, del materiale personale – che al giorno stabilito entra in grotta con pochissimo materiale e raggiunge il luogo scelto per porvi il « campo interno ». Da qui nei giorni successivi partiranno le varie puntate verso il fondo, anche di 25-26 ore, fintanto che questo non viene raggiunto (o perlomeno avvicinato il più possibile).

A questo punto è necessario che la squadra di punta decida se continuare la permanenza in grotta per disarmare e per eseguire i rilievi, oppure riuscire all’esterno per riacquistare integralmente l’efficienza o per sostituire gli uomini più provati con elementi freschi.

Nel caso, che il fondo sia stato raggiunto in breve tempo e con relativamente poca fatica, è bene che la stessa squadra di punta porti a termine il disarmo e il rilevamento dei dati fino al « campo interno » e magari oltre; la squadra in appoggio all’esterno proseguirà entrambi i compiti aiutata dagli elementi meno provati della « punta ».

stato-esplorazione-grotte-monte-cucco-1969-2In tal caso sarebbe anche possibile portare a termine tutto il recupero senza superare gli 8-9 giorni di campagna.

Nel caso invece che il raggiungimento del fondo abbia richiesto alla « punta » un notevole dispendio di energie e di tempo per cui si renderebbe necessario superare i 4 giorni di permanenza continua in grotta per disarmare ed eseguire i rilievi, ritengo indispensabile; come accennai in precedenza, un riposo all’esterno e numerose sostituzioni prima di proseguire le operazioni in grotta. In questa eventualità si potrebbe Sospendere il recupero del materiale ad una certa quota per portarlo a termine in seguito con uscite di un giorno o due al massimo, da effettuare in rapida “successione nelle domeniche che immediatamente seguono gli 8-9 giorni di spedizione, e quindi per non complicare tutte le questioni relative alle ferie, ai permessi ‘e alle vacanze dei partecipanti alla spedizione.

Nel terzo caso, in cui 4 giorni di campo interno non siano sufficienti alla punta per raggiungere il fondo, allora si rende necessario effettuare una“ seconda punta con elementi riposati della prima e con uomini freschi della squadra appoggio, la quale continuerà l’esplorazione contando su una permanenza in grotta massima di 4 giorni, inclusi quelli necessari al recupero sino al « campo interno ». Anche in questa eventualità si completerebbe il recupero nelle domeniche successive, mentre i rilievi sa» ranno l’oggetto di altre analoghe spedizioni (del resto quasi sempre necessarie per approfondire la conoscenza dei rami percorsi e di quelli laterali inesplorati).

Se dopo due « punte » successive il fondo non è stato ancora raggiunto, per le difficoltà incontrate, per l’inefficienza delle squadre per l’insufficienza delle nostre tecniche di esplorazione, sarà bene pensare ad un recupero rapido e quindi all’organizzazione di nuove spedizioni, puntando magari su tecniche nuove e più efficaci.

A questo punto, dopo aver delineato le varie fasi in cui a mio avviso sarebbe necessario articolare la nostra prossima spedizione nella Grotta di Monte Cucco, potrebbe sembrare che la necessità di utilizzare nuove e più efficaci tecniche d’esplorazione sia da noi sentita solo in vista del poco probabile caso (l’ultimo) in cui,
nonostante i ripetuti tentativi di numerosi speleologi discretamente preparati, il fondo non sia stato ancora raggiunto, In realtà tale esigenza è sempre presente in noi, anche quando i consueti sistemi esplorativi sarebbero sufficienti, soprattutto perché ogni minuto guadagnato in fase di armamento, di esplorazione o di recupero è un minuto che si va ad aggiungere al tempo – assai spesso troppo breve – concesso al rilevamento dei dati più propriamente scientifici. Costantemente ci rendiamo conto, spesso in modo brutale, che la fatica e il disagio sono i nemici più agguerriti dell’evoluzione scientifica della speleologia intesa come osservazione e interpretazione del fenomeno carsico, nella-sua completezza e non , solo. nelle hl’llÈ manifestazioni” superficiali o ‘più raggiungi Ci accusano spesso di curare in modo particolare il lato: sportivo; e -tecnico della‘ speleologia, ma chi ci accusa forse non si rende conto che fare una fotografia 0 misurare la temperatura a 500 m di profondità, dopo aver disceso pozzi e cascate e con la prospettiva tutto altro che allettante di ripercorrere presto la stessa via a ritroso, non è proprio la medesima cosa che fare una foto o girare il termometro a fionda pochi metri sotto l’ingresso. A ’me sembra invece che curare la preparazione fisica e psichica degli speleologi e la loro attrezzatura significhi preoccuparsi indirettamente della accuratezza e dell’abbondanza delle loro osservazioni scientifiche ipogee. Vedo altresì in ogni tentativo di esplorare grotte sempre più profonde e difficili non solamente il gusto del record e l’esibizione plateale, ma anche delle magnifiche occasioni per sperimentare nuove tecniche di discesa che, se applicate a dovere da elementi animati da un sincero spirito di ricerca, possono preservare in loro numerose altre energie da dedicare ai rilievi scientifici.

Sintetizzando quindi, i fattori che determinano, a mio avviso, in gran parte i risultati scientifici di una spedizione Speleologica, non avente caratteristiche solamente epidermiche, sono lo allenamento degli operatori a superare le difficoltà interposte fra l’esterno e le varie zone ipogee da studiare e il tipo di attrezzatura utilizzata (compresi gli indumenti personali e i mezzi illuminanti).

Di consueto iniziamo gli allenamenti per le esplorazioni più impegnative due mesi prima del periodo stabilito per effettuare il « campo interno », svolgendoli in tre diverse direzioni: uscite) in grotta, sedute di allenamento specifico in palestra e marcia in montagna.

Le discese in grotte sempre più impegnative devono servire soprattutto ad abituare il fisico a lavorare nelle particolari condizioni ambientali ipogee e nello stesso tempo preparare psicologicamente alle lunghe permanenze in grotta.

Le sedute di allenamento specifico in palestra sono dirette ad eliminare eventuali carenze muscolari di taluni partecipanti alla spedizione (generalmente si tende a rafforzare i muscoli delle braccia con opportuni esercizi).

Infine la marcia in montagna oppure, se il periodo ?: propizio, le escursioni sci-alpinistiche contribuiscono enormemente ad abituare lo speleologo alle fatiche prolungate; meglio queste ultime in quanto impongono dei movimenti anche alle braccia e si svolgono nel clima freddo umido del nostro Appennino, assai simile a quello che si riscontra in grotta.

Le uscite in grotta e le escursioni a piedi o con gli sci sono svolte necessariamente nei giorni festivi, mentre l’attività in palestra occupa parte del nostro tempo libero nei giorni feriali (uno o due alla settimana).

Per quanto riguarda l’attrezzatura, gli speleologi devono ritenersi particolarmente fortunati; infatti possono attingere a man bassa nella vasta gamma del materiale alpinistico attualmente disponibile, ad eccezione delle scalette, unico attrezzo prettamente speleologica Inoltre l’evoluzione rapida del materiale alpinistico, frutto della passione e perizia con cui innumerevoli appassionati della montagna sfruttano i “progressi della tecnica, è una sicura garanzia per le future spedizioni speleologiche, le quali potranno usufruire di attrezzi sempre più efficaci, sicuri e leggeri.

stato-esplorazione-grotte-monte-cucco-1969-3E di tutto ciò dobbiamo essere grati prima di tutto agli alpinisti, ma anche al C.A.I. che ha saputo organizzare la loro attività rendendola perciò più produttiva, curando al tempo stesso la sua divulgazione capillare.

Al C.A.I. dobbiamo essere riconoscenti non solo per quanto indirettamente ha fatto per le ricerche speleologiche, ma anche per gli aiuti sostanziosi che, tramite il suo Comitato Scientifico, ha continuamente elargito ai Gruppi Speleologici delle sue Sezioni – i più numerosi e attivi d’Italia – dando così un notevole contributo a] loro sviluppo, che non può essere scisso dalla disponibilità di fondi per l’acquisto delle attrezzature migliori.

Nel nostro caso tali aiuti si sono concretizzati sin nei primi anni di ricerche, in occasione dei Corsi Introduttivi alla Speleologia (1960, 61, ecc) e nei periodi di più intensa attività esplorativa, determinando una situazione favorevole allo sviluppo positivo dei nostri giovanili entusiasmi già dirozzati e incanalati nella direzione migliore durante il 1° e 2° Corso Nazionale di Speleologia di Trieste (1959, 1960), organizzati dal Comitato Scientifico del C.A.I. e dalla Commissione Grotte « E. Boegan

Qualcuno a questo punto si sarà già ripetutamente domandato come abbia potuto dimenticare tra i fattori che determinano i risultati di una spedizione speleologica la preparazione scientifica di base degli esploratori. Ciò non è dovuto assolutamente ad una dimenticanza, ma alla mia impossibilità di stendere degli appunti su un problema così vasto e irto di difficoltà. Mi posso solo augurare che alle prossime spedizioni a Monte Cucco partecipino numerosi speleologi preparati scientificamente.

Anzi da questa constatazione ricevo un’amara sensazione sull’organizzazione della ricerca speleologica scientifica in Italia; la sensazione che tutto sia affidato al caso e alla buona volontà di pochi autodidatti, malamente aiutati e generalmente malvisti dagli Istituti Universitari, che, avendo invece degli addentellati con la speleologia, dovrebbero nel loro stesso interesse curare maggiormente i rapporti con i gruppi grotte. E bisogna poi ammettere che solo con il progressivo miglioramento di questi rapporti
tutta la speleologia italiana potrà evolversi verso una Vera e propria ricerca scientifica. Solo allora infatti gli speleologi potranno seguire dei veri e propri corsi, avere a disposizione vaste biblioteche e costosissimi apparecchi; solo allora le ipotesi cederanno il posto ai dati di fatto.

Ed è ridicolo pretendere di sostituire tutto questo indispensabile apparato organizzativo con le poche e brevi « lezioni teoriche » di certi corsi di speleologia cittadini, le quali tutt’al più possono avere uno scopo orientativo a livello informazione schematica; sarebbe molto meglio

Allora distribuire agli allievi degli opuscoli divulgativi tipo « Speleologia Esplorativa e Tecnica

E’ da queste riflessioni sulla situazione attua” le della speleologia in Italia che deriva la mia convinzione“ di insistere soprattutto sulla preparazione fisica e psichica degli esploratori e sull’efficienza della loro attrezzatura per valorizzare quanto più possibile la generalmente scarsa preparazione scientifica di base che il caso e la
propria buona volontà gli ha dato.

E’ da queste e dalle precedenti considerazioni che deriva la mia convinzione di ritenere il C.A.I. l’unica organizzazione adatta a portare ancora avanti la speleologia italiana nella sola direzione attualmente possibile, anzi ritengo che il C.A.I., per rispetto alle sue tradizioni, abbia il diritto e il dovere di fungere da responsabile
della preparazione tecnica degli speleologi, lasciando alla Società Speleologica Italiana (S.S.I.), che sembra abbia in antipatia le questioni di ordine pratico, il compito di curare la loro preparazione scientifica e i rapporti fra i gruppi grotte e gli Istituti Universitari (sebbene anche in questo campo il Comitato Scientifico del C.A.I. si sia finora dimostrato più efficace, almeno per quanto riguarda il caso del Gruppo Speleologico C.A.I. Perugia).

Ma ora è bene ritornare al concreto, su altre questioni che mi stanno a cuore in vista dei prossimi impegni esplorativi a Monte Cucco.

E’ assolutamente necessario porre il campo interno molto al di sotto del Salone E. Saracco (q. 200 m circa) altrimenti si rivelerebbe ancora una volta non solo inutile, data la sua relativa vicinanza all’esterno (con la cavità attrezzata, scarichi, lo si raggiunge in meno di 45 minuti), ma anche dannoso. Questo, di conseguenza, significa che deve essere posto per lo meno alla base del Pozzo del Gitzmo, il primo dei grandi pozzi, profondo 178 m. sullo scomodo e bagnato ripiano che precede il secondo grande pozzo, il P.X profondo 126 m. A questo punto, vista la facilità con cui si può calare e recuperare il materiale nel P. X, tanto vale porre il « campo interno » nella galleria sottostante (q. -580 m.), più comoda e asciutta, con il vantaggio di evitare alla squadra di punta di risalire ogni volta fin sopra il P. X. Inoltre non si deve dimenticare che almeno due uomini della « punta forzatamente dovranno attendere più volte per lungo tempo sopra il Pozzo Franco, il terzo grande salto da noi esplorato per 110 m., ma che dovrebbe essere profondo complessivamente almeno 160 m, ed è quindi bene che trovino nei pressi un posto per ripararsi dal freddo (5° c). La necessità di lasciare due uomini sopra un salto delle caratteristiche del Pozzo Franco è una conseguenza del fatto che tutti i componenti la « punta non possono contemporaneamente discenderlo, senza aumentare notevolmente il rischio, il quale, unitamente al tempo perso per le complicate manovre di sicurezza dal basso e/o di autosicura, non vale minimamente il vantaggio di avere cinque uomini in esplorazioni anziché tre.

stato-esplorazione-grotte-monte-cucco-1969-4In ogni caso è evidente l’esigenza di considerare il « campo interno» più come un posto di sosta ben attrezzato che un campo vero e proprio, in quanto la conformazione del tortuoso Pozzo del . Gitzmo rende problematico il trasporto di grosse quantità di; materiale, cioè le rende controproducenti. Si dovrebbe puntare perciò su un bivacco di tipo alpinistico con amache e « duvet », viveri lo stretto necessario, qualche indumento di ricambio e riserve di carburo; in complesso due-tre sacchi per cinque uomini. Non è escluso che si possa utilizzare, al posto delle amache, una tenda superleggera a tre posti tipo roccia, ma in tal caso dovremmo portare anche i materassini pneumatici, di solito molto pesanti e voluminosi.

Il trasporto fin sopra il Gitzmo pone i soliti problemi, anzi nel Baratro – rapida succesione di salti (complessivamente 130 di dislivello) posto immediatamente sopra il Salone E. Saracco l’installazione di una «teleferica» di facile utilizzazione permette di calare con pochissima fatica (è sufficiente un solo uomo) anche 5-6 sacchi alla volta (100-120 Kg.).

Nel Pozzo del Gitzmo invece ogni carico deve essere accompagnato da un uomo; ogni altra tecnica si è rivelata rischiosa, lunga, estenuante e ha richiesto come minimo 8 uomini.
In genere caliamo « in tandem » un uomo con tre o quattro sacchi, di modo che una squadra di cinque elementi può trasportare fino a 16 sacchi, con poca fatica e in un tempo relativamente breve. Naturalmente è necessario l’uso di corde in ottimo stato e di carrucole saldamente piazzate sopra il pozzo, nonché di un sistema di sicurezza e di freno manovrabile anche da un solo uomo, come ad esempio il tamburo freno in dotazione al Corpo Nazionale Soccorso Alpino. Noi abbiamo finora utilizzato un discensore » di tipo francese, ma costruito dagli speleologi di Jesi (non credo che pesi più di 200 g.), in cui la corda fa un percorso a otto » fra due pulegge di duralluminio fissate su un supporto pure in lega leggera; quando l’attrezzo è sotto carico e saldamente ancorato con un moschettone è impossibile che la corda esca dalla gola delle pulegge.

Questo « discensore » è utilissimo anche quando è necessario far discendere tutti i componenti di una squadra al fondo di un pozzo, in quanto evita che l’ultimo a calarsi sia
assicurato con una laboriosa manovra << dal basso », cioè consente di risparmiare tempo e note-voli quantità di corde. Per questo tipo di auto-sicura si opera nel seguente modo: dapprima si ancora un capo della corda (8-10 mm.) la quale viene poi passata opportunamente nel discensore » aperto; quest’ultimo infine viene chiuso e moschettonato alla cintura. Lo stesso peso della corda sarebbe sufficiente a frenare un’eventuale caduta, meglio però se un compagno tiene da sotto l’altro capo della corda pronto a tenderla: in tal caso l’attrito della corda sulle pulegge sarebbe tale da bloccare immediatamente il discensore e chi vi è appeso. Con questo attrezzo è inoltre possibile calarsi Velocemente a « corda doppia » nella massima tranquillità, anche nei casi di grandi salti.

In genere discendiamo il… primo… tratto del Gitzmo (56 m.). con la sicura dal basso, il se: condo (35 m.) con il «discensore ». .(auto-sicura), il terzo’ (45 m.) con la sicura dal basso e il quarto (43 m.) con l’auto-sicura.

Le prossime volte anche il P. X dovrà essere disceso da tutti gli uomini della « punta dalle caratteristiche della voragine sembra possibile superare il primo tratto di… « libera » (75 m.) con la sicura del basso, quindi il successivo (51 m.) con l’auto-sicura. Del Pozzo Franco si è già detto in precedenza.

Nelle manovre di risalita, nei tratti in cui abbiamo usufruito dell’auto-sicura, evitiamo di usare nodi tipo « Marchand » o « Prusik », in quanto impegnano le mani in maniera rilevante; preferiamo avvalerci di ascensori « Salewa o di maniglie « ]umar

E’ molto importante che in ogni pozzo ci sia la possibilità di richiamare da sotto le corde mediante l’uso di cordini.

Le linee telefoniche e i voluminosi telefoni da campo avrebbero sicuramente complicato le manovre sui pozzi dove è impossibile mantenersi a contatto di voce; allora abbiamo preferito collegarci mediante radiotelefoni leggeri dotati anche di un sistema di chiamata. Si è costatato che il modo migliore di farli funzionare è di mettere le antenne a contatto con i cavi delle scale tese nel pozzo.

Per concludere vorrei dare altre informazioni di carattere tecnico riportando un breve reso conto di una nostra giornata di recupero nella Grotta di Monte Cucco.

Sono le 10 e mezza del 13 ottobre 1968 e in quattro ci apprestiamo a discendere la scala di ferro del pozzo di accesso. Oltre a me c’è Danilo Amorini, Stefano Arzilli e Franco Giampaoli. Alla cintura di Stefano pende il traliccio dell’argano che avevamo dovuto leggermente modificare per renderlo più maneggevole (in sostanza avevamo semplicemente reso allungabili le zampe su cui poggia l’attrezzo). Quest’argano, di costruzione austriaca, è identico a quello in dotazione al Corpo Nazionale Soccorso Alpino e minutamente descritto in «Tecnica Moderna di Soccorso Alpino » di W. Mariner (pagg. 40-44).

Alle 11,20 siamo al Salone Saracco e ci riforniamo di viveri al vecchio campo interno. Discendiamo il primo tratto del Gitzmo e quindi il secondo, alle 13 siamo riuniti sul Terrazzino dei Brividi, specie di pulpito posto a circa metà pozzo (91 sotto l’imbocco e 87 sopra il fondo). Mentre Stefano prosegue la discesa assicurato da Danilo, viene piazzato l’argano proprio sul parapetto del terrazzino: posteriormente viene fissato con un tirante d’acciaio (@ 5 mm.) ancorato ad un chiodo a pressione (lung. gambo 28 mm., @ 7,8 mm.), anteriormente con un altro cavo d’acciaio (@ 3 mm.) e un altro chiodo a pressione (lung. 20 mm.). Per evitare fastidiose oscillazioni dell’attrezzo durante le
manovre di recupero mettiamo in tensione i tiranti mediante dei comuni tendifilo.

stato-esplorazione-grotte-monte-cucco-1969-5.jpegNel frattempo Stefano ha raggiunto il fondo del Gitzmo (q. -400 m.) e ha assicurato alla sua stessa corda di sicura, con un’asola e un moschettone a ghiera, un paio di metri sopra di lui, tre sacchi (60-70 Kg.). Infine montiamo l’argano dopo aver avvolto la corda (tre giri) sul tamburo. La corda utilizzata è di nylon e ha un diametro di 8 mm.

Mentre uno di noi a turno tiene in tensione la corda che esce dall’argano man mano che viene recuperata, gli altri due girano velocemente le manovelle: in 15 minuti Stefano e i
tre sacchi raggiungono il terrazzino. In precedenti occasioni, . per far salire un solo sacco nel medesimo tratto di pozzo, furono necessari oltre 20 minuti e almeno cinque uomini dislocati « in scala » e tre a tirare la corda da sopra.

A me tocca il secondo turno di recupero: mi assicuro ad una corda che passa in una carrucola apribile fissata sopra il parapetto del terrazzino e inizio la discesa. Dopo 15 m. è necessario spostarsi orizzontalmente (in roccia) a sinistra per raggiungere il successivo attacco (altrimenti le scale sarebbero finite in una stretta gola e sotto l’acqua); qui, per evitare che al ritorno la corda in trazione mi porti fuori della campata faccio passare la « sicurezza » in un moschettone solidale con il chiodo a pressione (lung. 28 mm.) a cui sono ancorate anche le scale.

Raggiunto il fondo senza ulteriori complicazioni, attacco gli ultimi tre sacchi alla corda, esattamente come Stefano, e mi faccio recuperare. E’ sufficiente fare un po’ di attenzione per evitare che i sacchi si impiglino negli innumerevoli spuntoni per far procedere il recupero senza eccessivo impegno nei tratti in libera si potrebbe addirittura fumare una sigaretta. Contemporaneamente recupero le scale, di ripiano in ripiano altrimenti non è possibile filarle. Giunto 15 m. sotto il terrazzino mi assicuro, insieme ai sacchi, al chiodo a pressione, poggiando i piedi sul bordo di una lama di roccia, e recupero l’ultimo tratto della campata.

Alle 15, dopo aver rifatto le scale e le corde, ci apprestiamo a portare il materiale (9 sacchi compreso quello dell’argano) sopra il secondo tratto del Gitzmo (35 m.) decisamente uno dei più tormentati. Salgo per primo in auto-sicura e mi sistemo sullo scomodo ripiano posto fra il primo e secondo tratto; Danilo si moschettona alla scala 10 m. sotto di me e Stefano 10 m. sopra Franco, che attacca i sacchi, uno alla volta in quanto non è il caso di mettere in funzione l’argano. Alle 16,30 tutto il materiale è arrivato, non senza fatica, sul ripiano dove mi sono sistemato; le scale e la corda vengono riposte in un altro sacco.

Danilo, assicurato dal basso, sale fin sopra il Gitzmo; quindi con identica manovra raggiungo la fine della « libera » e mi moschettono in scala 25 m. sotto di lui. Con la corda della sicura, oramai libera, recuperiamo il sacco dello argano il quale, manco a dirlo, nell’ultimo tratto vuole essere accompagnato metro per metro fuori dalle gole e dagli spuntoni.

Sistemato adeguatamente l’argano con i soliti chiodi a pressione e i tiranti, mentre uno dei due tiene tesa la corda che esce dall’argano, l’altro recupera Franco con 4 sacchi « in tandem ». La manovra non si presenta particolarmente faticosa e in 18 minuti il grappolo di zuppi » ( che equivale a dire « sacchi bagnati e coperti di fango ») è sotto la carrucola ancora intimidito dalla sequela di improperi che Franco è riuscito a dedicarle lungo la pur breve salita. Stefano e i rimanenti 5 sacchi vengono macinati » (il rumore dell’argano in funzione è molto simile a quello di un vecchio macina-caffè) in una trentina di minuti compreso il tempo necessario per recuperare tratto a tratto gli ultimi 60 m. di scale.

Sono le 20,30 quando iniziamo a sistemare tutto il materiale dentro altri zaini tubolari alla fine in totale saranno 13, tutti belli panciuti. Dopo una breve sosta per mangiare e per sistemare le lampade a carburo, alle 22 iniziamo i passamani nelle gallerie e nelle strettoie che precedono il Salone. Nei tratti più lunghi ed angusti, non bastando quattro soli uomini, tiriamo i sacchi con la corda.

A mezzanotte siamo al Salone; alla una tutto il materiale è sopra il Pozzo del Salone (15 m.), alla base della « teleferica ». Mentre Danilo resta sotto per attaccare i sacchi, insieme a Franco e Stefano salgo il 5°, il 4° e il 3° Salto del Baratto fin sul Terrazzino della Teleferica, una novantina di metri sopra Danilo.

Sistemato al solito modo l’argano (il formidabile e leggero attrezzo è stato recuperato a braccia, pozzo su pozzo), mettiamo delle pietre in un sacco vuoto che caliamo con la corda lungo la teleferica; senza questo accorgimento la fune si impiglierebbe nelle sottostanti asperità del pozzo. Alle 2,15 Danilo attacca 6 sacchi (120-140 Kg.) che recuperiamo abbastanza agevolmente in 20 minuti. Rimandiamo giù la corda con le solite pietre (a lungo andare sarà sempre più difficile trovarle) e alle 3,45 anche
gli ultimi 6 sacchi sono al Terrazzino della Teleferica, mentre Danilo è già arrivato da 10 minuti.

Purtroppo la sera precedente avevamo incoscientemente gozzovigliato fino a tarda ora e adesso non ce la facciamo più dal sonno (Danilo fra la prima e seconda tirata di sacchi si era addormentato e furono necessari mezz’ora di urli e fischi per svegliarlo). Peccato, perché avremmo potuto portare a termine tutto il recupero in una tirata.

E così decidiamo di sospendere l’operazione e di riguadagnare rapidamente l’uscita: il recupero l’avremmo continuato la domenica successiva. Alle 4,15 siamo tutti fuori in una notte stellata e tiepida e fumiamo in pace l’ultima sigaretta.

Il successo ”di questa uscita di recupero, confrontato con quello di simili precedenti operazioni svolte però con il tradizionale sistema «molti uomini per molti sacchi», è un’ulteriore conferma che ogni esplorazione speleologica, in ogni sua fase, deve essere svolta da squadre poco numerose ma dotate di efficienti mezzi tecnici.

FRANCESCO SALVATORI
(Gruppo Speleologico CAI – Perugia)

grotte-monte-cucco-particolare-del-salone-canin

Particolare del salone Canin (Foto Rosati)

  







Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.

*